Giampiero Brunet – Dehoniano, già direttore di Settimana
Per ricordare don Giovanni Nervo non posso non cominciare da Malosco, una piccola Betania per lui e per tanti amici della Fondazione Zancan e della Caritas Italiana. Siamo ai bordi del paese sotto il passo della Mendola e quasi immersi nel grande bosco delle Regole. Ricordo ancora quel luglio 1982 in cui eravamo impegnati in un intenso lavoro sulla progettazione della pastorale, ma in sintonia coi bisogni della gente, quelli stessi a cui oggi con ancora maggior forza ci invita a guardare papa Francesco, spostando l’attenzione dalla Chiesa all’uomo concreto con le sue gioie e le sue speranze.
Ebbene, proprio in quei giorni del luglio 1982 si teneva la finale Italia-Germania che poi incoronò campione l’Italia. Mi sorprese che i lavori fossero sospesi appunto per assistere a quell’evento e poi contemplare dall’alto quel serpentone di fari e macchine strombazzanti che si snodavano sotto nell’ampia valle a festeggiare …
Con tanta partecipazione don Giovanni sapeva fermarsi in raccoglimento nella piccola cappellina per contemplare e celebrare, e insieme godere della vita e gustare l’umano in una piena partecipazione alla logica dell’incarnazione. Insomma già qui si colgono i fili nascosti della spiritualità di una vita. Se Dio ha assunto l’umano, pareva dire con la vita don Giovanni, perché non lo dovremmo fare noi? Se lui ha scelto i poveri perché i più vicini al cuore di Dio, perché la Chiesa dovrebbe seguire altre logiche?
Si collocano qui tante battaglie intraprese, a volte vinte, ma più spesso fonte di incomprensioni e amarezze. Ma don Giovanni non si fermava: sempre col volto sorridente anche se a volte si faceva forte e deciso quando doveva difendere il povero o chi non conta nulla. Le sue bandiere sono sempre state il Vangelo e la Costituzione.


