Maria Teresa Tavassi – Dipendente di Caritas Italiana dal 1976 al 1995
Ho conosciuto don Giovanni Nervo nel 1976, dopo il terremoto del Friuli, quando in estate mi ero recata in quelle zone per dare una mano. Dopo il secondo terremoto, nel settembre dello stesso anno, don Giovanni mi chiese di iniziare una ricognizione di religiose, religiosi, volontari impegnati nei servizi nei paesi colpiti dal terremoto. In quell’occasione ebbi modo di apprezzare la persona di don Giovanni che, con don Giuseppe Pasini, mi chiamò a collaborare stabilmente, in quello stesso anno, in Caritas Italiana nel settore Servizi sociali e promozione umana.
Uomo semplice e rigoroso per sé e per gli altri, umile, povero, attento e in ascolto di Dio e dei poveri. Instancabile lavoratore e di grande sensibilità, si commuoveva di fronte a persone in situazioni di disagio e faceva udire la sua voce «forte» alle istituzioni, se queste non riuscivano a rispondere con servizi adeguati ai bisogni della gente.
La caratteristica che mi colpì fin dall’inizio e poi via via che lo conoscevo meglio in diversi anni di collaborazione in Caritas Italiana – per l’accoglienza dei profughi del sud-est asiatico, e in seguito nella ricerca sui servizi sociali collegati con la Chiesa – è stata quella del grande rispetto per ogni persona e per i diritti di ognuno/a, compresa la più povera. Dignità e diritti che dovevano essere rispettati a ogni livello, da istituzioni civili ed ecclesiastiche: riconoscimento giuridico dei rifugiati, diritto alla salute, alla casa, al lavoro e all’istruzione, all’ascolto di chi «fa più fatica» a professare la propria religione.
Riusciva a farsi ascoltare da politici, amministratori, autorità, per la sua competenza e la sua preparazione professionale, unita a grande umiltà. Nella linea, che aveva dato lui stesso alla Caritas Italiana, era poi convinto che la Chiesa, e quindi la Caritas Italiana, non dovesse risolvere tutti i problemi dei più poveri ed emarginati, ma dare piccoli segni di presenza e vicinanza, realizzati in modo esemplare per metodo e modalità di servizio. In. questo modo si dovevano animare le comunità ecclesiali perché la giustizia e la carità non fossero separate, ma complementari; si diffondesse la responsabilità di farsi carico gli uni degli altri e si stimolassero le istituzioni a coinvolgersi per garantire servizi sociali, sanitari che soltanto il pubblico avrebbe potuto realizzare.


